mercoledì 15 ottobre 2014

Il rating delle agenzie di rating

Da sempre terrore di Stati e società, appesi ai loro giudizi sulla “qualità del credito” come gli antichi agli ibis redibis(-)non morieris della Sibilla Cumana, le grandi agenzie di rating americane hanno visto in tempi recenti appannarsi la loro fama per avere dato giudizi positivi a società, come Lehman Brothers, artefici del crack della finanza creativa a stelle e strisce la cui onda lunga ha attraversato l’Atlantico e travolto i risparmi di molte famiglie italiane. E così, per evitare altri danni, la vecchia Europa si è stranamente svegliata e ha iniziato a mettere la mordacchia alle agenzie di rating che facevano le furbe. Come? Per capirlo, dobbiamo vedere come in concreto i giudizi delle “big three” Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch possono spostare migliaia di miliardi di euro: ciò avviene perché i fondi di investimento i fondi pensione e le polizze vita prevedono che il gestore possa acquistare solo titoli al di sopra di un rating minimo. Fino a poco fa, questo rating era Vangelo, con la conseguenza che il gestore doveva disfarsi immediatamente dei titoli il cui rating veniva abbassato sotto il minimo consentito. Se grandi quantità di titoli venivano immesse tutte insieme sul mercato, le loro quotazioni crollavano per effetto di un aumento dell’offerta; ogni riferimento ai dowgrading di BOT, CCT e altri titoli italiani è puramente voluto. Ma dal momento che i giudizi di Standard & Poor’s e le sue sorelle hanno dimostrato di non essere così infallibili e che anzi potrebbero essere dati in una situazione di conflitto di interessi (perché spesso l’agenzia dà il rating a chi la paga per questo “servizio”), l’Europa ha preso i gestori dei fondi e le banche e ha imposto loro di non credere ciecamente alle agenzie di rating, per cui se esse abbassano il rating di un titolo, questo non deve essere venduto automaticamente, ma è possibile disfarsene solo se il gestore, sulla base della propria autonoma analisi, pensa che stia veramente diventando pericoloso: questo è il succo del Regolamento CE 1060/2009, modificato dal Regolamento UE 462/2013 entrato in vigore nel giugno 2013. Con lodevole rapidità e coordinazione, CONSOB, Banca d’Italia, IVASS e COVIP hanno emanato la scorsa estate delle circolari per i soggetti vigilati nelle quali si richiede ai gestori di patrimoni di non tener conto di quanto dicono le agenzie di rating se ciò contrasta con i risultati delle loro ricerche. Ma c’è di più: il 2 dicembre scorso l’ESMA, Authority europea per la finanza, ha diffuso un rapporto in cui si afferma che i processi di rating delle principali agenzie hanno delle “carenze” (“deficencies”), date principalmente da conflitti di interesse e anche da personale non sempre adeguato (come ragazzotti alle prime armi – “junior or newly hired staff”). Quanto sopra significa che nessun gestore o banca europea potrà più dismettere automaticamente titoli italiani se il loro rating viene abbassato: non è certo il caso di riposare sugli allori, ma almeno respiriamo e pensiamo che dopo la cura da cavallo degli ultimi anni non siamo certo noi la grande malata d’Europa e chi vuol farlo credere lo fa solo per farci sborsare un po’ più di interessi sui nostri BOT, malconci, bistrattati ma che mai hanno tradito famiglie e imprese.
di Francesco Crocenzi

Nessun commento:

Posta un commento