mercoledì 15 ottobre 2014

Il bisogno dell’identità

Tanto cambia questa Patria, che in uno stesso secondo abbiamo visto una figlia diventare madre, un mezzadro diventare operaio in fabbrica e un uomo giusto, ammazzato dalla criminalità, farsi storia. Questi cambiamenti generano confusione e turbamenti. Non c’è da stupirsi se siamo in preda al panico. Siamo parte integrante di un circuito chiuso che non aspira a nient’altro se non a controllare che tutto vada come deve andare, e non che tutto vada bene. Patria, identità, cittadinanza si trasformano in macchie oscure la cui sola pronuncia basterebbe a sentirci migliori, per operare, diceva Giuseppe Mazzini, a “benefizio di quanti sono e saranno”. Per questo l’identità bussa dentro dalla gabbia toracica di ciascuno di noi. Per questo il bisogno primario di mangiare si confonde con quello ancora più primordiale dell’essere e del sentirsi. Siamo in Italia, anno 2013, le sentenze dei posteri che furono hanno predetto il nuovo: nuova famiglia, nuovo italiano, nuova economica. Dirimpetto alle finestre delle nostre case un bambino con gli occhi a mandorla esulta per un gol di Totti (il numero di bambini stranieri nati in Italia nel 2012, secondo il dossier elaborato dal centro studi Idos e dall’Unar, è di 80 mila; il numero dei figli di coppie miste è di 27mila; sommando a questi i ricongiunti la cifra lievita a 1.150.000), contemporaneamente una donna rientra a tarda sera da lavoro, quando il compagno ha già tutto pronto sulla tavola e i figli, uno di lei e uno di lui, sono seduti ad aspettare il momento in cui finalmente si cenerà (secondo l’Istat già nel 2009 erano sei milioni e 800mila i single non vedovi, i monogenitori non vedovi, le coppie non coniugate e le famiglie ricostituite coniugate italiane) e poi, dalla nostra finestra, si vede anche un giovane, neolaureato alla Facoltà di Economia, che ha speranza da vendere, anche se gli occhi tradiscono un po’ di paura: ha inaugurato la sua impresa bioagricola, pensa sia il business del momento, e ce la farà, se solo non lo turbassero l’impedimento burocratico alle start up e quel socio un po’ distratto (ad oggi si contano 383.883 imprese nate nel 2012; nello stesso anno hanno chiuso le saracinesche mille imprese al giorno). Ed è questa realtà, fatta di microcosmi attivi e promotori, ignorati e non veduti, che genera ricchezza, patria e identità. I cambiamenti che viviamo sono figli dei padri che li hanno accuditi, delle regole imposte dagli Stati maggiori e introdotte, ciascuno a suo modo, da quelli minori. I figli vorrebbero gridare che sono il sud più il nord, l’uomo più la donna, il bambino come il vecchio, la legalità e la giustizia, l’uguaglianza della partenza e il merito dell’arrivo. Sono quelli che gridano appartenenza e collaborano al progresso materiale e spirituale di questa società (art.4 Cost., ndr). Sono quelli che vengono da lontano o da vicino e si sentono italiani nel pieno possesso, e quindi rispetto, delle nostre-loro regole, sono quelli che mandano avanti la baracca, quelli che non sanno parlare come chi inneggia alla lotta civile, ai “sono tutti uguali”, agli “andrebbero ammazzati”. Il popolo che si riconosce in questo, dai più remoti strati di cui è composto, sa anche di non essere solo, di aver bisogno della sua identità, insieme agli altri, del senso ultimo di un’appartenenza che dell’insieme ha sempre fatto molto più della somma dei suoi singoli.
di Elisa Mauro

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