mercoledì 15 ottobre 2014

La rivolta degli “invisibili”

Questa volta c’è poco da scherzare, si tratta di una cosa seria. La protesta dei forconi, così è stata battezzata dai media nazionali, non ha il tratto, le parole d’ordine, i tempi, i luoghi soliti della protesta tradizionale. È altro. In primo luogo, sorprende che il movimento in piazza e nelle strade non si sia dotato di una piattaforma di rivendicazioni dettagliate. Esso si consegna alla cronaca come espressione plastica di un malessere diffuso che è principalmente di tipo esistenziale, oltre che lavorativo. In secondo luogo le parole d’ordine non sembrano puntare un obiettivo specifico, piuttosto sono indicatori segnaletici di una situazione individuale e collettiva resasi insostenibile. In terzo luogo gli slogan. Sono quelli della ribellione, non già della mera rivendicazione e l’agire scomposto, spontaneo, fatto di sole bandiere tricolori, non scientificamente organizzato li fa assomigliare più agli “straccioni di Valmy” che ai fieri lavoratori in marcia, di un quadro di Pellizza da Volpedo. A protestare oggi ritrovi trasportatori, artigiani, commercianti, agricoltori, ambulanti e disoccupati. Per la maggiorparte provengono da quel blocco sociale che è stato riferimento storico del centro-destra. Non a caso costoro non sono amati dalla Sinistra che li osserva con sussiego. In fondo, non ne ha mai recepito le istanze e ora ha difficoltà a stabilire un’efficace comunicazione, non potendo vantare codici linguistici e assiologici condivisi. Inoltre, la presenza nell’organizzazione della contestazione dura degli autotrasportatori evoca all’immaginario collettivo del popolo di Sinistra, in una sorta di riflesso pavloviano, scenari cileni. D’altro canto perché stupirsi? Siamo in presenza della stessa Sinistra che, attratta dal miraggio di essere voce polifonica a un tempo della classe operaia e della borghesia illuminata, si è consegnata volontariamente a una battaglia di retroguardia per continuare a garantire soltanto i privilegi dei “garantiti”. Il fatto che i manifestanti delle giornate di ieri, e di oggi, li si chiami popolo dei forconi è riduttivo. Sarebbe più opportuno definirli “gli invisibili”, perché tali sono stati per la politica tradizionale. Essi non fanno semplicemente massa critica, sono un popolo, sebbene figli di un dio minore. Non hanno il paracadute della Cassa Integrazione, e allorquando sono costretti ad abbassare la saracinesca, non chiudono soltanto un’attività commerciale o una bottega o una microscopica impresa, piuttosto interrompono una storia di vita, un vissuto familiare, una speranza per il domani. La sinistra, si sa, non li ama anche perché li pensa tutti evasori. L’analisi che induce le differenti anime della compagine di centro-destra a gareggiare per la leadership dei moderati, non ha colto che di cosiddetti moderati in giro ne sono rimasti pochi. La maggioranza ha smesso di esserlo quando, riscontrando una perdita effettiva di peso sociale, si è ritrovata su uno scivoloso piano inclinato che impedisce la risalita. Per questa ragione, il moderatismo non sembra essere più la cifra distintiva di quel ceto medio, forgiato su un modello sociale consumistico a vocazione piccolo-borghese. A questo popolo venti anni orsono è stato offerto un sogno. Ma in questi decenni poco è stato mantenuto di quelle promesse. Ieri, la delusione ha provocato uno spostamento dell’asse elettorale in direzione dell’astensionismo e, solo in parte, della protesta impersonata dall’attore comico Grillo. Oggi, forzando un senso naturale di disagio a stare sotto i riflettori, osservati da tutti gli altri italiani (un intervistato quasi chiedeva scusa per aver recato, con la protesta di piazza, disturbo agli altri cittadini), la massa tende a trasformarsi in movimento, quindi a essere soggetto collettivo agente. E domani, cosa accadrà? In effetti, a una lettura più ravvicinata degli eventi della giornata trascorsa, si intuisce che quattro elementi rendano particolarmente pericolosa la situazione:   1. Alla vigilia della protesta le grandi sigle dell’associazionismo di categoria, tendenzialmente portate a risolvere le vertenze in sede istituzionale con l’interlocuzione del governo, hanno revocato l’adesione alla manifestazione, fingendo di prendere le distanze da un movimento il quale, attraverso la spinta dal basso, li ha già delegittimati.   2. La protesta non riconosce un programma di rivendicazioni ma è contestazione generalizzata contro la classe di governo. Paradossalmente, è il Ministro degli Interni che parla di “tolleranza zero”, necessaria verso eventuali infiltrazioni e provocazioni paraeversive, ma che non può certo essere invocata a fronte di un’ emergenza sociale che tocca i parametri vitali del benessere. 3. Nel corso degli scontri a Torino, alcuni agenti delle forze dell’ordine si sono tolti i caschi di protezione in segno di solidarietà con la causa dei manifestanti.   4. Con l’estendersi delle azioni di contestazione, aumenta il rischio di una contaminazione della protesta causata dalla sovrapposizione, alla lotta spontanea del popolo del ceto medio, di istanze a vario titolo eversive.   La congiunzione di questi quattro elementi reca uno scenario davvero imprevedibile. D’altro canto non si può escludere a priori che l’onda lunga della protesta possa propagarsi anche ad altre realtà continentali già in ebollizione da molto tempo per ragioni del tutto simili a quelle che hanno spinto gli invisibili del nostro Paese a mostrarsi.   Ora, disinnescare perlomeno la parte esplosiva della protesta non sarà facile. L’indeterminatezza delle rivendicazioni certo non aiuta. Il governo deve fare uno sforzo supplementare di intelligenza per comprendere quali siano i veri scenari in cui è chiamato a muoversi. In realtà il clima sociale appare simile a quello dei cataclismi fisici, per cui non è plausibile che l’azione di governo possa essere svolta secondo canoni ordinari. Mai come in questo momento si può dedurre dall’ampiezza della protesta la straordinarietà dello stress a cui è sottoposto l’intero sistema sociale. Sarebbe, dunque, auspicabile che la situazione di crisi venisse affrontata alla maniera della Protezione Civile, non del Dicastero dello Sviluppo. Serve di assicurare la sopravvivenza, “primum vivere deinde philosophari”. Un intervento del governo che decida la sospensione temporanea di alcune scadenze fiscali, insieme a un rilancio significativo delle politiche di microcredito su base locale/regionale, una moratoria per i debiti con Equitalia, potrebbero costituire il primo pacchetto di aiuti alle vittime di un’economia alluvionata. E le coperture finanziarie? Sono sotto gli occhi di tutti, tranne di quelli che si ostinano a non volerle vedere. Si tratta di mettere mano al Fondo Sociale Europeo e rinegoziare con le autorità comunitarie una diversa distribuzione delle risorse già destinate alle politiche di sostegno alla coesione sociale dal quadro strategico comune. Non è più immaginabile che quella massa gigantesca di danaro finisca per intero nel finanziamento della Cassa Integrazione in deroga. Sindacati e grandi imprese dovranno farsene una ragione. Oggi è giunto il tempo degli invisibili. Un differente indirizzo del governo porrebbe a rischio la tenuta del patto che lega il corpo sociale alle sue istituzioni.   Se proprio volessimo dare un titolo a queste giornate di protesta potremmo rubare l’idea a quel fior di giornalista che è stato Roberto Ciuni. Da direttore de il “Mattino” di Napoli, il giorno dopo l’immensa sciagura del terremoto dell’Irpinia del 23 novembre 1980, fece uscire il giornale in edizione straordinaria con un titolo clamoroso. A caratteri cubitali in prima pagina c’era scritto: “Fate presto”. Tuttavia il “catenaccio” era, se possibile, ancora più eloquente di quel drammatico grido d’aiuto: “per salvare chi è ancora vivo, per aiutare chi non ha più nulla”. Scommettereste su un titolo più azzeccato di così, per descrivere l’odierna situazione di tanti italiani?  
di Cristofaro Sola

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