mercoledì 15 ottobre 2014
Milano, tra grandi progetti e diffusi abbandoni
Milano, dopo aver costruito il grattacielo più alto d’Italia, nel 2015 avrà anche il complesso dell’Expo. Grandi architetture. Nelle quali si fondono la bellezza delle linee e le più innovative soluzioni tecnologiche. Però mentre si guarda a Londra e Parigi, troppi luoghi rimangono in abbandono, troppe ombre in una città piena di luci. Si continuano ad occupare nuovi spazi, a “bruciare” ancora suolo, costruendo una città con pericolosi squilibri.
“Oggi Milano, per me, è l’unica vera metropoli del futuro. L’unica dove si incrociano passato, presente e appunto futuro. L’unica dove mi piacerebbe vivere in questo momento”. Parole pronunciate recentemente da Cèsar Pelli, uno dei grandi maestri del progetto. L’architetto che ha creato la torre Unicredit, il grattacielo più alto di Milano e d’Italia, con tanto di guglia ispirata a quella del Duomo. La costruzione, inserita in un più ampio progetto di recupero dell’Area Porta Nuova Garibaldi, è diventato uno dei simboli della città. Quanto lo è già l’Expo del 2015, ancora prima di giungere a conclusione. Il sito, a nord-ovest di Milano, interessa direttamente i Comuni di Baranzate, Bollate, Pero e Rho. Nella stessa area del nuovo polo di Fiera Milano, inaugurato nel 2005. Con lo scopo di portare a compimento il processo di trasformazione e riqualificazione della zona, precedentemente occupata da complessi industriali, impianti logistici e servizi pubblici.
Le architetture che dovranno concretizzare il progetto “per il mondo”, sono distese su un’area lunga circa 2 km e larga tra i 350 e i 750 metri. Sviluppate dopo aver provveduto ad una serie di opere preliminari. Dalle nuove viabilità stradali a nuovi condotti fognari e di drenaggio stradale. Da nuovi impianti di distribuzione di acqua potabile alla deviazione dei corsi d’acqua esistenti e la realizzazione di una vasca di laminazione anti-piene. Con buona probabilità, un complesso di grande qualità, una magnifica vetrina dell’Italian style.
Mentre a Rho si procede, Milano continua a crescere. A Produrre architetture. Qualche volta si esercita nell’operazione virtuosa del riciclo urbano. Come accade alla Bicocca, periferia nord-est. Dove uno stabilimento, chiuso da anni, è rinato. Trasformato da Pirelli in uno degli spazi espositivi più grandi d’Europa dedicato all’arte contemporanea., l’HangarBicocca. Quindicimila metri quadrati di superficie che strappano il primato alla Tate Modern di Londra e al Guggenheim di Bilbao. Un investimento quello della Pirelli, corposo. Altra periferia, nuovo progetto. Zona di Porta Romana, largo Isarco. Dove c’era una distilleria di Stato che il gruppo Prada ha acquistato nei primi anni Novanta. Il progetto di Koolhaas trasformerà, entro il 2015, questi spazi in un Museo di arte contemporanea, finanziato dal Comune.
Ma le parti della città che continuano a rimanere nell’ombra sono ancora tante. Mentre le gru movimentano il paesaggio in alcune aree, in tante altre la desolazione ha fatto calare il sipario. Come dimostrano inequivocabilmente i più di 700 ettari di aree abbandonate esistenti nel solo perimetro urbano. Interi quartieri fantasma come si trovano nella zona sud di Milano, dove la Jolly Immobiliare aveva avviato un progetto di urbanizzazione. Migliaia di metri quadrati deserti, occupati solo dagli scheletri di edifici non ultimati. A pochi chilometri in linea d’aria, ancora nella parte sud, c’è il quartiere Santa Giulia. Anche qui solo silenzio e desolazione. In via Giacomo Medici dei Vascelli, palazzine. Un tempo erano occupate da uffici di varie ditte, enti ministeriali, una scuola e dal dormitorio della Guardia di Finanza. Rimangono, ma sembra per pochi mesi, un asilo nido e la Xerox.
In pieno centro città, a non molta distanza dal nuovo Pirellone, c’è poi la Torre Galfa, un grattacielo di 30 piani, costruito negli anni Cinquanta. Un monumento all’abbandono, in piena regola.
C’è poi l’Istituto Malchiodi, progettato anch’esso negli anni Cinquanta dall’architetto Viganò. Un centro per accogliere bambini disadattati costituito da una Chiesetta, una scuola, spazi per il tempo libero, piscina, palestra, biblioteca, il dormitorio su due piani e la mensa. Tutto in abbandono, dopo il fallimento dei numerosi progetti di riqualificazione.
Nell’area sud-ovest, la stazione di San Cristoforo, mai entrata in funzione. Rimane l’enorme struttura in ferro e poi gli orti. Coltivati da qualche italiano e da un insediamento di filippini.
Zona San Siro, a poca distanza dallo Stadio, le ex scuderie. Ridotte in ruderi. E poi, nella zona orientale, a Rubattino, capannoni e uffici dell’ex Innocenti. Strutture aggredite dalla vegetazione infestante.
Il cahier de doleance potrebbe proseguire. Sfortunatamente.
“Milano capitale mondiale dell’Architettura” è il titolo di un ciclo di lezioni sulla città promosse dal Politecnico in occasione dei suoi 150 anni. Il ciclo ideato e curato da Stefano Boeri, il quale sostiene che “fra cinquanta anni si guarderà a queste architetture come ai simboli del nostro tempo presente proprio come è stato per la Torre Velasca o per il Pirellone ”. Sarà, pur vero. Ma resta il dubbio che le zone d’ombra che ancora rimangono siano troppe per una città che guarda all’Europa e vorrebbe essere un modello.
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