mercoledì 15 ottobre 2014
Bitcoin: la moneta che non c’è.
Un tempo vi erano i soldi del Monopoli, cartacce completamente prive, nella realtà, di valore commerciale, che facevano comprendere a qualsiasi giocatore, dal più scanzonato al più fervido, l’importanza di racimolarli e investirli nella maniera migliore per generare crescita. Per sé o per la squadra.
Ogni scambio monetario è un sistema di convenzioneregolatodalla società in cui si vive, anche temporaneamente. Oggi, se vivi nella rete e conosci le sue regole, esistono i Bitcoin, monete-non-monete dal valore-non-valore che permettono, a differenza di quelle del Monopoli, di modificare la realtà, acquistando beni e servizi, donandoad associazioni o fondazioni, pagandopersinole rette universitarieper i propri studi (accade a Cipro presso l’Università di Nicosia). Il termine Bitcoin comparve per la prima volta in rete nel 2009 grazie a Satoshi Nakamoto, che, alla pari di Omero, racchiude, con molte probabilità, diverse anime volenterose di cambiare il mondo; quanto meno il modo in cui comprarlo. Il funzionamento del nuovo denaro digitale si basa su un software open source (la cui destinazione è illimitata, come sembra apparire il suo via) distribuito gratuitamente attraverso il metodo del peertopeer, una sorta di mitzvahche permette a quanti si definiscono internauti di accedere senza impedimenti sociografici e reddituali e per mezzo del quale è possibile “presentarsi” anonimamentedurante le transazioni privi di intermediari, dall’altro capo del mondo, con un solo bagaglio a mano contenente un mezzo carico di fiducia e un altro mezzo di trasmissibilità. Scambiare la moneta è facile, ma essendo avallata esclusivamenteda un software dedicato non ammette presenze e intromissioni da parte deigoverni centrali e dei sistemi bancari che regolano la sua inflazione, il modo attraverso cui operare e spesso a chi destinare i propri soldi. Non si conosce nulla di Bitcoin, chi l’ha creato, chi ne detiene la comunicazione, chi permette che un giapponese si fidi di un bulgaro, si sa solo che funziona e che opera. In questo momento ci sono milioni di transazioni in Bitcoin (il suo valore ad oggi si attesta intorno ai mille dollari): alberghi, compagnie aeree, persino concessionariee assicurazioni accettano la moneta che non c’è. L’unica notizia che si conosce – e non è da sprovveduti pensare che sia partito tutto da qui -, è il caso del giornalista statunitense, incallito retefilo, Jess Jarvis che, quando si vide rifiutare la donazione a favore di Wikileaks, twittò: «Ehi Visa, Mastercard, Paypal, quelli sono i miei soldi!». Magicamente comparvero i Bitcoin, da un pensiero brillante per alcuni, pericoloso per tanti altri, entro cui tutto si materializza, anche l’immateriale inesistente.
Risoluzione globale di tutti i mali o scudo impenetrabile per l’illegalità, questo è troppo presto per dirlo. Sta di fatto che è già troppo tardi per parlarne.
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