mercoledì 15 ottobre 2014

I contratti Europei: indesiderata ingerenza o insperato aiuto?

In tempi difficili come questi, dove rischiamo che le punte dei forconi saldate alle cinque stelle producano stelle a cinque punte, un appoggio insperato agli sforzi del Governo per sostenere la ripresa senza allargare ancora il baratro del debito pubblico italiano può arrivare dalla tanto vituperata Unione Europea e dai suoi “contratti”. Si tratta di nuovi strumenti, ancora sperimentali, per regolare in modo più pragmatico i rapporti tra Comunità e Stati membri, forse perché anche al di sopra delle Alpi ci si sta accorgendo che la rigida applicazione dei parametri di Maastricht uccide nella culla ogni sforzo di uscire dalla recessione. Si chiamano “contratti” perché c’è un do ut des: l’Europa è più flessibile se lo Stato non rispetta il 3% o il 60% del PIL per deficit o debito pubblico, e in cambio lo Stato deve offrire riforme strutturali del suo ordinamento atte ad impedire il superamento di quei limiti in futuro . L’idea dei “contratti” è stata accolta dapprima freddamente poi con maggiore attenzione dal Governo italiano, mentre gran parte della stampa si è scagliata contro di essi definendoli una ulteriore cessione di sovranità in cambio di un piatto di minestra. Ma andando al di là delle urla di chi non sa neanche la differenza tra Unione e Comunità europea, si scopre che i contratti non sono poi così male e anzi costituiscono un’occasione per fare quelle “riforme” di cui tutti i politici blaterano dagli anni’80, per giunta ottenendo anche dei vantaggi economici. In primo luogo, i contratti europei non sono dei diktat modello toika Consiglio/Commissione/FMI alla Grecia, che ha dovuto fare tutto ciò che le veniva detto dall’ester(n)o per ricevere i soldi per sopravvivere: ciò perché nei “contratti” le riforme da realizzare in cambio di maggiore flessibilità dell’Europa nella valutazione dei conti pubblici le decide lo Stato stesso, e nessun altro (fermo restando che la Comunità potrà accettarle o meno, ma se non le accetta, amici come prima). Inoltre, solo uno Stato che non si trova in una situazione di “assistenza” come la Grecia e che non si trova in una procedura per deficit eccessivo può sottoscrivere i contratti. Da parte sua l’Italia non è sotto assistenza ed ha chiuso (con sorprendente lungimiranza) la procedura per deficit eccessivo, per cui può accedere ai contratti scegliendo essa stessa le riforme da offrire nel vasto catalogo che abbiamo. Non vi è chi non veda come, in cambio di una flessibilità che si spera faccia ripartire l’economia, sia meglio offrire all’Europa delle riforme che facciano smettere a Stato, Regioni e altri corpi intermedi di essere delle sentine mangiasoldi, piuttosto che i rovinosi sacrifici per le famiglie messi sul tavolo da “tecnici” più sensibili a Francoforte che a Roma. E, per quanto riguarda le riforme, per una volta lo stimolo esterno – anzi, l’obbligo giuridico di farle – sarà finalmente l’occasione per farle davvero, perché al di là delle chiacchiere che per decenni ci hanno propinato, i nostri politici non le avrebbero mai fatte in quanto l’humus su cui basavano il loro potere sarebbe stato irrimediabilmente compromesso.
di Francesco Crocenzi

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