mercoledì 15 ottobre 2014

Centro destra, punto e a capo. L’importanza della formazione per la ricostruzione.

Domenica prossima gli elettori del Partito Democratico sceglieranno il leader del loro partito. In lizza due candidati che non hanno quarant’anni (Renzi e Civati) ed uno un po’ più stagionato che ne ha una cinquantina. Tutti e tre teneri virgulti, non solo rispetto al quasi ottuagenario Silvio Berlusconi, ma anche al sessantacinquenne Beppe Grillo e –ahinoi!- alla larga maggioranza dei leaderini (non per spregio; è che la consistenza elettorale consiglia il diminutivo) che affollavano la recente assemblea ri-costituente di Alleanza Nazionale. Benché a chi scrive converrebbe praticarlo, guardiamo con una certa diffidenza al feticcio dell’anagrafe. Siamo persuasi, come disse Amintore Fanfani, che “chi l’è bischero, l’è bischero anche da giovine”. Se per miracolo li potessimo riavere, giovanotti di valore come Giorgio Almirante, Sandro Pertini, Francesco Cossiga e Giorgio Amendola, ce li terremmo cari. Tuttavia, pur non iscritti al Club dei Rottamatori, siamo persuasi che sia evidente e pericoloso il ritardo del centrodestra rispetto al centrosinistra per quel che riguarda il rinnovamento e il ricambio del suo personale politico. Non si tratta solo dell’inevitabile egoismo senile di chi non si rassegna al declinare della propria personale parabola (che mediamente è tanto più tenace quanto meno la parabola è stata ragguardevole), e nemmeno della sacrosanta affermazione del valore dell’esperienza, che in questi tempi bui diventa una sorta di paradossale demerito. Se le altre professioni dovessero adottare i parametri che oggi vengono richiesti alla politica, infatti, vedremmo avvocati che si pubblicizzano sostenendo di non avere mai patrocinato una causa, ingegneri che assicurerebbero di essersi sempre rigorosamente astenuti dal redigere un progetto, dentisti che giurerebbero di non aver mai nemmeno visto un’otturazione e così via. La verità è che anche in politica l’esperienza e la gavetta servono eccome. Il nodo della questione è altrove: non nell’ostacolo ai giovani, ma nell’idea che si ha di loro: un’idea che vecchi e nuovi “falchetti” incarnano in modo inquietante. Giovane come “volto fresco”, simpatica sprovvedutezza, naïveté imbarazzante. Una sorta di variante con acne della mitologia bugiarda della società civile, il tentativo di celarecon un paio di jeans una decrepita sostanza. È la politica che ha reso le organizzazioni giovanili dei partiti simulacri al limite della parodia. Che ha liquidato senza batter ciglio la formazione politica e le scuole, preferendo loro criteri di cooptazione affidati al caso, al cognome o alla bella presenza (tacendo per amor di patria altri “requisiti”). Proprio le scuole di formazione politica, luoghi di scambio sincero e disinteressato fra generazioni, vanno recuperate e legittimate con decisione per valorizzare idee vivaci e proposte nuove che nel centrodestra di questi anni non hanno avuto spazio. Chi sa di calcio sa che la “cantera”, il vivaio, è la fonte primaria delle fortune di qualsiasi squadra (Barcellona docet). Chi lo chiude, convinto che basti comprare Ibrahimovic, fa inevitabilmente la fine del comprimario. Ed è a maggior ragione vero per chi ha posizioni di classifica molto ma molto più deprimenti di quelle del Paris St. Germain.
di Giuseppe Tatarella

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