mercoledì 15 ottobre 2014

Servono nuovi “racconti” per rimettere in cammino la politica

La contrapposizione tra berlusconismo e antiberlusconismo ha conosciuto mercoledì 27 novembre il suo apice drammatico (o, per l’esattezza, melodrammatico). E’ andato in scena il dies irae della decadenza del capo di Forza Italia da parlamentare. E si è trattato di uno spettacolo di alta suggestione, che si è rappresentato in due storici luoghi romani, ridotti, per l’occasione, a palcoscenici d’eccezione: via del Plebiscito e l’Aula del Senato. Da una parte si è assistito alla chiamata alle armi contro “la via giudiziaria al socialismo” nella “giornata di lutto per la democrazia”, con il “Capo” che ha esibito il suo strazio rabbioso, mostrandosi alle schiere osannanti con il suo corpo piagato dai “carnefici” e dai “traditori”. Dall’altra si è rappresento il rito giacobino della decapitazione virtuale, con i berretti frigi festanti e il popolo “rivoluzionario” in delirio vendicativo. Sullo sfondo, come nelle tragedie greche, il “coro”, costretto a ripetere la solita, triste litania: “Gli italiani non si meritano questa politica”. L’attuale, difficile momento dell’Italia richiederebbe un dibattito politico di ben altro spessore. Ma così purtroppo non è. Il dramma vero del nostro Paese non è solo nella sua triste condizione economica, ma in una sorta di sospensione dalla razionalità del discorso politico, pesantemente condizionato da populismi pervasivi, tracimanti e melodrammatici. Sarà anche vero, come lo psicanalista Massimo Recalcati ha scritto recentemente su la Repubblica, che le “scelte degli individui, anche quelle elettorali, sono mobilitate, non solo dal giudizio, ma anche da spinte pulsionali acefale, da desideri più forti, da esigenze illogiche”. Ma è anche vero che le pulsioni, se non opportunamente indirizzate, conducono nel baratro. Condizione essenziale per indirizzare nel modo migliore le pulsioni collettive è costruire e affermare un nuovo “racconto” presso l’opinione pubblica. Un esempio può essere fornito da Letta e Alfano. La loro scommessa dovrebbe essere proprio quella di trasformare in “racconto”, possibilmente coinvolgente, l’impresa non facile di raddrizzare i conti dell’Italia. Proprio per questo motivo, l’errore che dovrebbero accuratamente evitare di commettere è quello di ripercorrere l’esperienza del governo Monti. Non perché i “tecnici” abbiano governato male. Ma perché hanno comunicato solo aride cifre mentre sottoponevano gli italiani a una cura da cavallo. La lacuna clamorosa dell’ex presidente del Consiglio è consistita nel fatto di non essere riuscito ad accendere il sentimento della speranza. Un altro esempio è quello di Matteo Renzi, il cui “racconto” pare peraltro vincente. Ma la sua narrazione è viziata dall’ ossessivo riferimento alla “casta incontaminata” (per usare sempre un’espressione di Recalcati) dei “giovani” e dei “puri”, come si è visto in occasione del caso Cancellieri. Una rinvigorita comunicazione politica dovrebbe trarre alimento dalle più feconde espressioni della cultura nazionale, anche e soprattutto da quelle avvenute negli ultimi vent’anni. Invece anche il discorso di Renzi rischia di trarre quasi esclusivo alimento dalla “linfa sulfurea” dell’antipolitica. Nel sindaco di Firenze si rivela in fondo uno storico vizio italiano, quello dei cambiamenti che avvengono sempre attraverso strappi traumatici, più o meno rivoluzionari. E sempre valido è l’ammonimento di Vincenzo Cuoco: “Il voler tutto riformare è lo stesso che voler tutto distruggere”. E’ proprio questo il rischio che incombe sull’Italia: quello della distruzione senza riforma. Un “racconto” che infine è necessario riprendere è quello della destra repubblicana e di governo. Ed è un racconto nuovo, perché è un racconto che è stato interrotto dalla deriva populista. E’ un racconto che va ripreso anche allo scopo di scongiurare la tentazione di fuoriuscita dalla storia (con il conseguente rifugio nella mitologia) che può scaturire dalla frammentazione politica presente oggi a destra. Questa tentazione la ritroviamo purtroppo anche in giovani autori, come ad esempio Gennaro Sangiuliano, il quale, scrivendo sul Sole 24 Ore del libro di Gianfranco Fini Il ventennio, osserva acidamente che la “critica al berlusconismo” doveva essere condotta “da destra” e non , come sarebbe a suo dire avvenuto, dall’ “omologazione al politicamente corretto”. La cultura di “destra” di Sangiuliano sa, in verità, un po’ di muffa, o, per meglio dire, di teca museale, perché non trova migliore espressione che nello sgranare il solito rosario di nomi da bignami politicamente scorretto. L’Italia sta morendo come nazione, la politica sta sprofondando nel ridicolo dei melodrammi di cartapesta, e la destra, secondo il giovane scrittore, dovrebbe rispondere con la solita Weltanschauuuuuung, ululata a pieni polmoni e con il petto all’infuori. Quarant’anni fa aveva senso. Oggi, come da almeno una ventina d’anni, non più.
di Aldo Di Lello

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