mercoledì 15 ottobre 2014
La politica deve aumentare il tasso d’interesse… nazionale
Mezzo secolo di costruzione comunitaria e di rapporti sempre più stretti tra gli Stati europei devono farci riflettere sull’attualità dell’attributo “nazionale” che da sempre si associa a “destra”. E una destra libera deve svincolarsi sia da anacronistici retaggi del passato, sia da acritiche accettazioni di concetti come “europeismo”, molto bello ma vuoto se non attentamente definito.
Una destra, quindi, fedele al suo retaggio culturale ma non prigioniera dell’etichetta di “nazionalista” con cui era stata bollata: tutto ciò trova la sintesi nell’idea di “interesse nazionale”. Fare l’interesse nazionale significa valutare ogni evento, internazionale ma anche interno, pensando prima all’Italia, e prendere posizione di conseguenza. L’interesse nazionale può essere indebolito anche in relazione a fatti che sembrano solo di rilevanza interna: pensiamo al referendum sull’atomo in Italia degli anni’80, che sancì l’uscita del nostro Paese dal club dell’atomo. In politica estera, questo regalo ai Verdi ha comportato la nostra esclusione dal gruppo di contatto con l’Iran, con l’Italia, secondo o primo partner commerciale europeo dell’Iran, ridotta a spettatore impotente delle trattative fra i persiani e i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU più la Germania, in una sorta di prova generale della cooptazione di quest’ultima a membro permanente aggiunto del Consiglio che avrebbe conseguenze disastrose (per noi) negli equilibri europei.
Sul piano economico, interesse nazionale non significa difendere a tutti i costi l’ “italianità” dell’azionariato delle nostre imprese (con ciò facendo solo il gioco di “salotti buoni”) ma difendere l’italianità del lavoro, facendo in modo che anche se le imprese hanno un proprietario straniero (comunque da ringraziare perché porta qui dei capitali), questi non le depauperi del loro know how per poi chiudere le fabbriche in Italia e delocalizzare fuori dei confini.
Una destra libera vuole un’Europa libera dagli opprimenti vincoli di deficit e debito pubblico di Maastricht, una destra libera deve dire con forza che le spese per gli incentivi per l’economia e le infrastrutture vanno fatte anche se si sfora il 3% di deficit/PIL. Non serve infatti un genio per capire che lo stesso importo del deficit costituirà una percentuale più o meno alta a seconda del fatto che sia rapportato a un PIL asfittico o uno tonico trainato dagli incentivi all’economia e le infrastrutture. E allora facciamo una domandina ai nostri timorosi ministri: se abbiamo un deficit di 4 miliardi di Euro, sono la stessa percentuale se il PIL è di 100 miliardi o di 120 miliardi perché l’economia è stata rilanciata anche con il deficit spending? Attendiamo risposta.
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