mercoledì 15 ottobre 2014
"Era una soluzione quella gente"
Congenita nell’uomo è l’esigenza di definizione. La maniera più facile, ma non la più autentica, di tracciare la propria identità è per opposizione: fissare e, quindi, rafforzare la propria appartenenza.
Se l'individuazione dell’essenza di una nazione sarà di certo parziale e debole se sagomata solo o soprattutto mediante il “gioco delle differenze” e porterà alla esaltazione delle proprie caratteristiche etniche e a combattere le impurità altrui degenerando in nazionalismo, è anche vero che nel corso della storia, per un popolo, il formarsi di una marcata coscienza è molto spesso coinciso con il rafforzarsi del concetto di alterità, andando a forgiare un concetto di barbaro in accezione “oppositiva asimmetrica”.
La parola “barbaro” assume un potenziale semantico molto forte, dal momento che coloro che apostrofano qualcuno con tale termine si identificano in automatico con i presunti maestri di civiltà, con coloro che sono dalla parte giusta. Il concetto di barbaros, stando alle riflessioni di Maurizio Bettini che parla di Todorov, possiede due diverse accezioni. Da una parte ha un senso relativo e reversibile: sono barbari coloro che non parlano la nostra lingua o che la parlano in maniera scorretta e sguaiata; dall'altra, invece, ha un respiro assoluto, absolutus “sciolto da”, indipendente dal punto di vista di colui che parla. La categoria di “barbaro”, secondo quest'ultima classificazione, sarà alimentata da tutti quelli che trasgrediscono le regole del vivere comune, che sono privi di buon senso, che agiscono spinti da crudeltà e violenza, che non mostrano alcun rispetto per le vite altrui. Le barbarie più atroci scaturiranno dal non riconoscere dignità umana agli altri, dalla sopraffazione, dall’intolleranza, tutti comportamenti che hanno intriso il XX secolo rendendolo raccapricciante teatro delle varie persecuzioni etniche.
Ma se gli stranieri, xénoi o bàrbaroi , non avevano vita facile nella Grecia classica , la condizione degli esuli (phygades ) non era migliore .
Essi erano infatti uomini rimasti privi della cittadinanza , per questo designati anche come "apolidi" , termine che contiene sì l'alfa privativo, ma anche la parola polis che indica sia una particolare forma di governo sia la cittadinanza come appartenenza ad una comunità politica e civile. Fuori, quindi , da questa comunità, gli esuli diventavano tali in seguito a provvedimenti di bando o alla applicazione di una pena; molto spesso, però, si ricorreva volontariamente a questa condizione, proprio per evitare questi provvedimenti nella speranza di trovare altrove migliori condizioni di vita. Si trattava, nel IV secolo, di masse di sventurati che avevano perso tutto: le amicizie, gli affetti, il lavoro, i beni, come ricorda anche Isocrate nel Panegirico: "quando sarà eliminata dalla nostra vita la povertà, che distrugge le amicizie, spinge i parenti all'odio, e getta tutti quanti in guerre e dissidi, allora senza dubbio andremo d'accordo".
Anche per il Romano l'exilium costituisce una scelta fatta per sottrarsi ad una pena o ad una disgrazia incombente. L'exilium è un rifugio; se gli etimologisti interpretavano la parola come un "uscir fuori" (ex) dal solum, anche Cicerone spiegava che l'esiliato è propriamente colui che "vertit solum", che "muta terra" . Per i romani, dunque, l'esilio prendeva forma dal suolo d'origine che si era costretti a lasciare e, inoltre, all'exul veniva comminata la Aqua et Igni interdictio, l'interdizione dall'acqua e dal fuoco, elementi che erano invece offerti alle spose novelle come massima espressione di "comunione ". Ecco che la condizione dell'esiliato si definisce all'interno di un gioco di sostanze molto concrete: terra, acqua, fuoco. Costretto a mutare terra, veniva escluso dall'acqua che lo dissetava e dal fuoco che lo riscaldava e cuoceva i cibi, luogo fisico e sostanze vitali.
Non so quanto sia opportuno trarre significati da ciò che la cultura classica lascia intravedere intorno alla condizione dell'esiliato, ma è difficile non farlo tanto l'exilium romano configura una condizione simile a quella del moderno rifugiato, cioè di chi emigra o espatria per chiedere asilo in un altro paese. Non vi è dubbio infatti che questo si trovi costretto a "mutare terreno", come l'antico exul, ed egli sia spesso anche qualcuno a cui, nella propria terra, viene negata l'acqua, soprattutto, e talora anche il fuoco.
Se si vuol ricavare un valido e costruttivo insegnamento dalle tragedie di Lampedusa, non abbandonandosi solo alla ideologia della reazione e della indignazione che non porta da nessuna parte, cominciamo a studiare il fenomeno della immigrazione che non è un album di fotografie, ma un film che cambia in continuazione: le scene che scorrono oggi non sono quelle di persone che tentano di arrivare in Italia per ragioni economiche. Sono quelle di persone che fuggono da persecuzioni dirette o da guerre interminabili: quindi, per la gran parte, sono potenziali richiedenti asilo o protezione umanitaria. Primum vivere: scappano dalle bombe e dai proiettili e sanno che, se riescono ad arrivare in Italia, saranno finalmente al riparo dalle une e dagli altri.
Come si può parlare semplicisticamente della categoria unica dello "straniero", che già migliaia di anni or sono i nostri padri classici distinguevano, invece, in base alla origine e scaturigine della loro migrazione? E come non diversificare anche la problematica della integrazione?
Lo straniero mosso da ragioni economiche o comunque non"in fuga" dalla sua terra provoca da sempre un dibattito.
Ciò che è al di fuori della porta, della finestra, per usare la celebre immagine di Edmond Jabés, che allo straniero e al concetto di condivisione ha dedicato molta attenzione, è foriero di relativizzazione, ovvero di un sistema valoriale che, in quanto diverso, destabilizza e deassolutizza il nostro. Abbiamo il timore del “nuovo” poiché facciamo scarso affidamento sulla nostra capacità di assorbirlo senza snaturarci, di accoglierlo senza annullarci, di fonderlo senza che sbiadiscano i confini significativi fra il prima e il dopo, fra noi e loro. Lo straniero è anche “contenitore di sbagli e male”: senza tale capro espiatorio saremmo costretti a confrontarci con noi stessi, a rifletterci nell'inclemente speculum veritatis e quindi a fare i conti con inadeguatezza ed errori.
Inoltre, nei periodi di crisi, la paura dello straniero fa spesso da collante populista a comunità nazionali spaesate e governi inerti, autoreferenziali, piegati da problematiche interne finché, caduto il velo del barbaro, si scopre il Re nudo. Penso al sublime scritto del poeta greco Kavafis "Aspettando i barbari":
"Che aspettiamo, raccolti nella piazza? Oggi arrivano i barbari.
Perché mai tanta inerzia nel Senato? E perché i senatori siedono e non fan leggi?Oggi arrivano i barbari [...]
S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti. Taluni sono giunti dai confini, han detto che di barbari non ce ne sono più.
E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi? Era una soluzione, quella gente".
Ma "quella gente", oggi, come bene dice Marini sulla Stampa, è davvero una soluzione per l'Italia che ne ha indispensabile bisogno: è solo grazie agli immigrati che colmiamo la voragine demografica, essi sono insostituibile risorsa economica, pertanto, come mostra l'indagine "Last", gli italiani fanno valutazioni più razionali sul fenomeno dei flussi e, soprattutto, diminuisce la paura.
D'altronde, nulla di nuovo sotto il sole: anche una civiltà come quella greca, tradizionalmente chiusa e ostile verso gli stranieri, dovette progressivamente giungere con loro ad un compromesso dando una sorta di "definizione funzionale" a queste persone che costituivano ormai una presenza stabile nelle loro città . Si venne così a creare una specie di tacito accordo, di contratto tra lo straniero e la polis che lo ospitava: se il migrante svolgeva un'attività apprezzabile in campo economico, contributivo, militare, poteva essere lasciato libero di svolgere il proprio lavoro e veniva tutelato da appositi istituti . Solo nell'età ellenistica, però, iniziò un cambio culturale e di mentalità, viste le situazioni multietniche e multiculturali che vennero a crearsi, fino al modello di perfetta integrazione costituito dalla città di Alessandria.
L'esule? Anche per gli esuli esistevano delle forme di tutela che di solito consistevano nel chiedere ospitalità ad un'altra comunità politica, anche se la massima aspirazione degli apolidi era costituita non dalla integrazione ma dal ritorno alla propria comunità d'origine. Solitamente l'esule si appellava al principio religioso,della sacralità dell'ospite (si badi bene!) e si poneva sotto la protezione di Zeus Xenios, a volte anche come supplice (hiketes). La posizione dell'esule in Grecia era molto insicura e la tragedia attica ha spesso sottolineato i rischi che esso correva. Non può essere tollerato che a distanza di tanti secoli, nei paesi che direttamente hanno ereditato quella cultura classica, resti ancora "insicura" la posizione del rifugiato, e questo nonostante l’Italia si sia sempre mostrata più accogliente e più pronta di altri a soccorrere chi rischia la vita. È ora che tutta l'Europa prenda consapevolezza di questa catastrofe umanitaria e appronti gli strumenti necessari .
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