mercoledì 15 ottobre 2014

Diversamente europeisti

Se era facile prevedere che il “nuovo” Berlusconi, extraparlamentare e leader di opposizione, individuasse nell’ Unione Europea e segnatamente nell’ euro il facile bersaglio su cui sparare per liquidare Alfano, in termini di consenso, fin dalle elezioni per il parlamento di Strasburgo della prossima primavera, era assai meno scontato che Romano Prodi ponesse qualche settimana fa pesanti interrogativi sul futuro delle Istituzioni comunitarie se non si inverte la rotta e se l’Italia non fa sentire la sua voce. In estrema sintesi, l’ex presidente della Commissione Europea ha denunciato che il vincolo del rapporto deficit/Pil che non può superare, pena sanzioni, il 3% è stato previsto a Maastricht, oltre vent’anni fa, e che da allora tutto e cambiato nel mondo, non fosse altro che per il fatto che dieci anni fa è nato l’euro, unico caso nella storia mondiale di una moneta unica cui non corrisponde però una politica monetaria, finanziaria e fiscale comune degli stati dell’Unione e nemmeno tra quelli che hanno rinunciato alle valute nazionali. Seppur con accenti diversi, tutti i membri della delegazione italiana alla Convezione che doveva scrivere la “ Costituzionne” europea (di cui facevo parte quale rappresentante del nostro governo) posero la questione, quasi dieci anni orsono. Non fummo i soli nemmeno nel sottolineare un’altra novità foriera di pericoli e di dubbi nella architettura istituzionale europea: la BCE non risponde ad altri che a se stessa, è contemporaneamente organismo controllore e controllato. Da allora nulla è cambiato, con conseguenze negative oggi assai più gravi; da allora il nostro paese si sono aggiunte molte altre pesanti criticità. Ne cito una sola la più pericolosa. I vincoli di bilancio europei ci impongono di ridurre annualmente di circa 50 MLD di euro di debito pubblico, per arrivare al 60% in 20 anni. Impresa titanica (e impossibile) se non aumenta la produzione di ricchezza, cioè il Pil. L’altra via teorica, l’aumento dell’inflazione, è in fatti preclusa da una valuta forte, e comune ad altri stati nazionali, quale è l’euro. Nè si deve dimenticare che oggi l’Italia è, in rapporto al Pil, il paese che più di ogni altro contribuisce alla vita dell’Ue. Trasferiamo a Bruxelles circa lo 0,38% della nostra ricchezza prodotta (la Germania è allo 0,34%) ma siamo tra coloro che ricevono meno risorse dall’Europa: il saldo è negativo. Analogo squilibrio che ci penalizza è rappresentato dal fatto che l’Italia contribuisce al Fondo Salva Stati (MES) in misura quattro volte superiore alla esposizione complessiva delle nostre banche verso i paesi a rischio. Sono questioni (e ce ne sarebbero molte altre) solo apparentemente tecniche. Hanno una rilevanza politica di primo piano e soprattutto determinano negative conseguenze economiche e sociali. Se poi a tutto ciò si aggiunge che l’Ue continua a mostrarsi debole per la sua cronica incapacità di dotarsi di una politica estera e di difesa comuni; sul tema dell’immigrazione è caratterizzata solo da buone intenzioni e ben pochi fatti, ha ancor oggi una architettura istituzionale zoppicante in cui la Commissione governa e legifera senza mandato popolare, ce n’è a sufficienza per essere preoccupati. E chi è convintamente europeista farebbe bene a riflettere su come uscire dall’impasse. Sarebbe miope e pericoloso non capire che tra l’europeismo acritico e l’antieuropeismo becero c’è una terza via da percorrere con urgenza: individuare le criticità e proporre soluzioni. Senza perdere tempo se non ci vogliamo risvegliare dopo il voto di primavera con Grillo (e Berlusconi) premiati dagli elettori per la loro battaglia contro l’Europa.
di Gianfranco Fini

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