Pignola sulle minuzie, distratta o assente sulle grandi questioni. Lo strabismo dell’Unione
Don Ferrante è il personaggio dei Promessi Sposi che, nell’impazzare della peste, la affronta con le minuziose categorie del “canocchiale aristotelico” di Emanuele Tesauro, cosa che non gli impedisce di ammalarsene e di morirne. Manzoni lo usa per prendere in giro gli eruditi del Seicento e quelli del suo tempo, stoltamente fiduciosi nel primato assoluto dei libri sulla realtà. L’Unione Europea sembra a volte prenderlo a modello.
Come hanno notato molti osservatori, fra i quali Gianfranco Fini, che per cursus honorum conosce i delicati congegni dell’Unione meglio di tanti altri, l’Europa è strabica: minuziosa ai limiti della pignoleria su questioni di dettaglio, distratta e assente su temi epocali. È quindi ordinaria amministrazione vedere le istituzioni comunitarie affaticarsi e arrovellarsi su quanto debba misurare in lunghezza e in spessore il cavo elettrico dell’abat-jour e in pari tempo trovarle silenti e imbarazzate su questioni come l’immigrazione. Una delle ragioni dell’euroscetticismo che serpeggia pericolosamente nelle opinioni pubbliche del continente può forse essere rinvenuta proprio in questo pericoloso strabismo, in questo squilibrio dei piani e dei metodi di intervento.
Non è tutta colpa dell’Unione, beninteso: proprio sull’immigrazione l’invocazione all’Europa è stata pronunciata con pari vigore ed energia sia dai cantori dell’accoglienza, che immaginavano venissero dall’Unione le risorse, gli uomini e i mezzi per accogliere i migranti oppressi dalle tenebrose previsioni della Bossi-Fini (forse la legge italiana più citata e meno letta della storia), sia da quanti immaginavano che eserciti comunitari venissero a difendere l’illibatezza della fortress Europe dalle orde barbariche.
Stridente la contraddizione: si deve parlare un solo linguaggio sui mutui ipotecari (ed è un bene), sui tempi di pagamento dei debiti (idem) sulle reti da pesca per i salmoni dell’Atlantico e le triglie dell’Adriatico (e forse non è sempre un bene), ma non sulla Siria e sulla primavera araba, sui meccanismi di contrasto alla povertà, su come costruire un welfare accettabile ai tempi della crisi.
L’impressione è che questo paradosso sia in realtà frutto di un compromesso fra l’inevitabile cessione di sovranità collegata al radicamento dell’Europa (su tutti, l’esistenza dell’eurozona) e la strenua volontà degli Stati membri di difendere il più possibile le loro prerogative. Che in qualche modo si voglia costruire per via burocratico-regolamentare un’Europa tacita, unita senza dirlo, unificata senza mostrarlo.
Un’idea che non è priva di ingegno, che ha permesso di smussare molti angoli e di evitare molti guai; ma forse inadeguata alle burrasche del presente. Un’idea novecentesca, che –avvertono i malumori e gli sbotti dell’europeo medio- è pericolosamente vicina al punto di rottura. Prima di soccombere alla peste dell’euroscetticismo, sarà il caso di studiarne le ragioni profonde con più acume e consapevolezza di quanta se ne trovi nei libri di don Ferrante.
Di Giuseppe Tatarella
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