mercoledì 15 ottobre 2014

Il futuro dell’Europa e l’altra faccia del populismo

La campagna per le prossime elezioni europee è già cominciata e sono in tanti ad affollare l’area dell’euroscetticismo, forse meglio dell’eurocatastrofismo, a conferma che la politique politicienne ha scelto da tempo la via più semplice, e non solo in Italia. Mancano gli statisti e si sa che sparare sull’euro qualche risultato immediato lo produce; se poi lo additiamo come il nemico esterno, come l’untore di manzoniana memoria, facciamo anche la figura di chi difende l’interesse nazionale. Anche perché la propaganda non ha l’obbligo di ricordare, insieme alle criticità, i benefici di certi vincoli esterni per un Paese come il nostro, disabituato a programmare il suo futuro, e sempre a scapito delle nuove generazioni. Si veda come abbiamo speso i fondi europei negli ultimi anni. Detto questo, non possiamo non sottolineare che l’Europa si è fermata in mezzo al guado per troppo tempo, che spesso è incapace di attivarsi con la rapidità che sarebbe necessaria in un mondo come il nostro, che appare rigidamente ferma a criteri conservativi e spesso datati che poco hanno a che fare con i bisogni dei cittadini europei. Una moneta unica cui non corrisponda una politica economica realmente armonizzata, proiettata allo sviluppo economico e alla competizione globale, è davvero poco per ricevere l’adesione convinta dei popoli o per fondare una vera “nazione europea”. Non deve sorprendere quindi questa ondata di populismo, che va compreso quando rappresenta la reazione spontanea all’Europa come oggi è fatta, quando nel giudizio talvolta scomposto sottintende il desiderio di un’Europa più integrata, e non la nostalgia dello sciovinismo di nazionalismi troppo angusti per un’epoca come la nostra. Lo spiega bene Barbara Spinelli in un articolo apparso su “Repubblica” lo scorso 8 novembre con il titolo “La sordità delle élite europee”: «Populismo è un’ingiuriosa parola acchiappatutto che non spiega nulla. Come spesso nella nostra storia, è sotterfugio autoassolutorio di chiuse oligarchie… Serve a confondere l’effetto (la rabbia dei popoli, il suo uso) con la causa (l’Europa malfatta, malmessa)». Su questo punto ha ragione la Spinelli: il populismo è sempre una reazione all’autoreferenzialità della classe dirigente dominante, alla sua incapacità di rappresentare il pluralismo sociale e le sue forze vive. In tutte le epoche, il populismo è figlio della frattura che si crea tra il potere pubblico e la società civile; in altri termini, è un effetto non calcolato della crisi ciclica della rappresentanza. In questo senso, se preso in dosi omeopatiche e compreso nella sua essenza, può essere anche un tonico efficace per l’Europa politica. Non però se lo si prende come un doping da campagna elettorale. Attenzione quindi ai sovradosaggi: gli effetti collaterali potrebbero essere letali.
di Mario Ciampi

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