mercoledì 15 ottobre 2014

Riscriviamo Maastricht prima che sia troppo tardi

Il 1° novembre di quest’anno il Trattato di Maastricht ha compiuto vent’anni. Pochi lo hanno ricordato o, perlomeno, non è stato “celebrato” abbastanza, vista l’impopolarità che lo circonda da tempo e le numerose richieste di modifica. La crisi economica abbattutasi sull’Europa ha, difatti, evidenziato tutti i limiti della costruzione comunitaria, oltre alla più grave incapacità di risolvere una crisi, che partita dagli Stati Uniti, ha trovato il suo epicentro nel Vecchio continente. Questa consapevolezza ormai non appartiene solo a euroscettici o a movimenti nazionalisti e populisti ma ha trovato larga diffusione tra i protagonisti principali della scena europea. Qualche giorno fa, in un’intervista a un quotidiano, Romano Prodi, a capo del Governo che decise di intraprendere il cammino per l’ingresso nell’Unione monetaria e di aderire al progetto della moneta unica – dopo qualche anno sarebbe stato anche presidente della Commissione europea – sui parametri di Maastricht non ha usato mezzi termini: “E’ stupido lasciare che si lascino immutati 20 anni. Il 3% di deficit-Pil ha senso in certi momenti, in altri sarebbe giusto lo zero, in altri il 4 o il 5%. Allora mi misero in croce, ora tutti mi danno ragione”. Secondo il professore il problema è la forte egemonia tedesca e la sua contrarietà nel rivedere i trattati europei. Oggi l’Europa è fatta dai singoli Paesi e di “uno solo al comando, la Germania”. “Francia, Italia e Spagna devono battere i pugni sul tavolo, ma non lo fanno perché ciascuno si illude di cavarsela da solo”. Per quanto riguarda il nostro Paese, “in tre anni di austerità il rapporto fra debito e Pil è sempre aumentato. Vuol dire che è una politica sbagliata” e “se sforassimo i parametri i tassi andrebbero alle stelle e saremmo daccapo”. Qualche giorno più tardi, l’ex premier è tornato a ribadire a chiare lettere che, nel rapporto tra gli Stati membri, “c’è qualche momento in cui bisogna anche litigare” perché se non cambiamo alcuni parametri europei “la crisi durerà parecchi anni”. Dichiarazioni così forti, da uno dei protagonisti della costruzione europea, forse non si erano mai sentite; segno evidente che qualcosa va rivisto. I partiti antieuro crescono in tutti i paesi, i movimenti che trovano il bersaglio di tutti i malesseri nelle istituzioni di Bruxelles si fanno sempre più strada nei parlamenti nazionali. La rigidità e l’atteggiamento conservativo del governo di Berlino deve perciò esser superato, ma l’unica strada è fare fronte comune e riscrivere i pilastri economici europei, pensati in un’epoca troppo lontana, con delle condizioni economiche del tutto diverse da quelle attuali. Prima che sia troppo tardi. Le elezioni europee della prossima primavera potrebbero già consegnare il verdetto tanto temuto: una forte presenza di euroscettici nel Parlamento di Strasburgo disposti a far saltare anche la parte migliore della costruzione europea. Da ultimo, le notizie che arrivano da Berlino sui negoziati per il governo di coalizione Cdu-Csu e socialdemocratici, non sono certo confortanti. Si starebbe pensando infatti di sottoporre a referendum popolare le decisioni sull’allargamento Ue, sulla cessione di sovranità da Berlino a Bruxelles e sui finanziamenti tedeschi all’Unione e ai singoli Stati membri in crisi.
di Domenico Lofano

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