mercoledì 15 ottobre 2014

“La Grande Bellezza” è l’Italia che vince in Europa

Tra cento cose che in un minuto perdono in Italia, una stravince: l’autorialità. Il regista napoletano, Paolo Sorrentino, fa saltare il banco europeo, e speriamo presto anche quello hollywoodiano, restituendo al Bel Paese la fama meritata, con quattro Oscar: al miglior film, “La Grande Bellezza”, al miglior attore, Toni Servillo, al miglior montaggio di Cristiano Travagliolie, neanche a dirlo, al migliore regista. Paolo Sorrentino, appunto, che trionfa agli Efa (European Film Awards, fondati a Berlino da Ingmar Bergman nel 1989, ndr) con il dipinto surrealista di un ego, il suo protagonista, Jep Gambardella, ormai solcato dalle smorfie del vetusto intellettualismo e dei fuochi fatui del passato. La grande bellezza è il montaggio serrato di una Roma cavaliera e colta sepolta – pace all’anima sua – nei saloni perbene dove a sedere si ritrovano intellettuali ciechi, scrittori impanicati ed editori nani, i soliti compagni di sempre che vivono una mezza età che sa poco di premura e più di sconfitta, per quanto sia difficile rendersene conto. Il film pluripremiato è carico di figure disambiguanti volte a determinarne la riuscita, non solo artistica, come dimostrano questi riconoscimenti, ma anche commerciale (7 milioni d’incassi nelle sale italiane) e rappresenta un’analisi quantitativa, perché “grande”, e qualitativa, poiché bella, del nulla che sommerge una capitale d’oggi e la illumina, “in ordine sparso”, di sponsor e luci psichedeliche, di vacuità dei pensieri, di logiche mediocri e di dialettiche affrante che girano come caleidoscopi confondendoci la vita. Ciò che reputiamo bello, con “La grande bellezza”, non è più il sogno di sconfiggere le paure peggiori, ma è un concetto inutile verso cui tutti aspirano, benché nessuno sia in grado di spiegarlo. La grande bellezza è, per chi ha sana coscienza critica, il nostro riflesso, il riflesso dell’etichetta da utilizzare negli inserti occasionali della nostra quotidianità, persino durante un funerale o durante gli incontri in cui rivediamo la somma di ciò che siamo, di ciò che la Seconda Repubblica ci porta ad essere, la somma di niente. “La grande bellezza” vince perché è la musica, spesso e volentieri, a nascondere la voce e i dialoghi dei suoi attanti, per vergogna o per pudore, che anche al nulla è chiesto di riacquisire alle volte. Lo si desume dal contesto in cui Jep Gambardella, interpretato da Toni Servillo, vuole vivere, in quel corpo che fisiologicamente – se non l’ha già fatto – si troverà costretto a buttarlo fuori come fosse uno scarto organico prodotto dall’“apparato umano”.
di Elisa Mauro

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