mercoledì 15 ottobre 2014

La fine della politica estera dell’Europa

L’Ucraina ha voltato le spalle all’Europa. Con grande stupore della diplomazia europea, ad una settimana dalla firma del trattato di associazione, Kiev ha ceduto alle lusinghe (e ai ricatti economici) di Mosca, nonostante le proteste dei cittadini ‘pro-Ue’. Intenta a curarsi le ferite, concentrata sulla – certo grave – crisi economica e sociale che l’attraversa dal 2008, l’Europa si è chiusa in se stessa, e sembra incapace di esercitare quel potere di attrazione, che aveva caratterizzato la sua fase più intensamente espansiva, a partire dagli anni Novanta del secolo scorso. Dopo il naufragio dell’Unione del Mediterraneo, voluta dall’ex-Presidente francese Sarkozy, lanciata nel luglio del 2008, l’Europa non ha più avuto una politica mediterranea. Ha assistito inerte alla Primavera araba e ai conflitti che ne sono seguiti, ha congelato il negoziato di adesione con la Turchia, mentre vecchie e nuove potenze, dalla Russia alla Cina, incrementano il loro ruolo nel Mediterraneo. La scelta dell’Ucraina, di preferire Mosca a Bruxelles, svuota il senso dell’altra direttrice, oltre a quella verso Sud, della politica estera europea, la Eastern Partnership, varata nel 2009. In tal modo, è messa radicalmente in discussione l’intera ‘politica di vicinato’, quale fu lanciata nel 2004 [COM (2004) 373], con l’obiettivo di creare un ring of friends attorno all’Europa, per paesi che non potevano avere accesso all’UE, ai quali si poteva concedere everything but the institutions, come disse l’allora Presidente della Commissione Romano Prodi. Con ciò svanisce poi anche l’ambizione di contrapporre alla politica americana dell’esportazione forzata della democrazia – anch’essa peraltro naufragata – un modello espansivo fondato sul civil power europeo. Ciò è naturalmente, in parte, un riflesso della crisi del modello economico-sociale europeo, onde la risposta a tale perdita di appeal consiste anche nel rilancio della crescita economica e del benessere nel nostro continente. Ma non si sfugge all’impressione che tutto ciò indichi anzitutto un grave deficit di visione politica dell’Europa, la distanza che ci separa da una vera integrazione politica (che implica necessariamente la delineazione di una ‘politica estera’), di fronte ad uno scenario internazionale che è molto diverso da quello, ottimistico, degli anni che seguirono al crollo del comunismo.
di Gianluca Sadun Bordoni

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