mercoledì 15 ottobre 2014

Il teatro e le affinità elettive di ieri e di oggi

di Biancamaria Sacchetti
  Il teatro di Dioniso ad Atene era capace di contenere tra le 14.000 e le 17.000 presenze. Varie potevano essere le motivazioni che spingevano un cittadino ateniese ad attrespolarsi su quei gradoni ed assistere ad uno spettacolo: una molla puramente estetica, un bisogno di mondanità e public relations e, last but not least, un sentire spirituale e religioso. Di certo vi era una sincera curiosità nei confronti delle scelte registiche, ovvero verso le rivisitazioni, interpretazioni e letture che riguardavano i vari personaggi del mito. Oreste, Agamennone, Odisseo, Elena...un ateniese dell'età periclea non poteva rimanere indifferente nei confronti del trattamento di tali figure, afferenti a un mondo comune e universale, risalenti ai primordi del pensiero e dello spirito, veri e propri figli della mitologia ellenica. La partecipazione del pubblico agli agoni drammatici non era solo copiosa ma anche attiva e desiderosa di interagire con interesse e vitalità. I recitativi di tragedie e commedie venivano così memorizzati e interiorizzati e andavano ad unirsi al patrimonio condiviso della polis, lasciando delle volte un'eco incredibilmente persistente, come ci viene riferito da Luciano circa una memorabile interpretazione dell'Andromeda di Euripide ad Abdera: "Era rimasta fitta nelle loro menti l'Andromeda e ognuno credeva di vedersi ancora davanti agli occhi Perseo e la Gorgone", creando uno stato di delirio che si protrasse per tutta la stagione estiva. Il consenso degli spettatori era fondamentale, al punto che i commediografi arrivavano a dispensare leccornie pur di accaparrarsene il favore, ma vi era anche una radicale libertà intellettuale che consentiva all'uditorio di esprimere apprezzamento e dissenso nelle maniere più esplicite e dirette: fischiare, schiamazzare, pestare i piedi, battere con forza le mani, esigere il bis, il tutto in totale esagerazione e senza alcun freno. L'antipatia nei confronti di un attore o di una particolare scena poteva essere comunicata anche masticando rumorosamente oppure lanciando fichi, olive, ortaggi o altri oggetti che fossero capitati a portata di mano, così come la mancata comprensione di un passaggio ostico non sarebbe stata taciuta ma avrebbe trovato udienza hic et nunc, magari alzandosi in piedi e ponendo quesiti e dubbi. Le febbrili e appassionate reazioni di questo pubblico antico non erano frutto di nervosismi o isterie genetiche ma affondano,  a mio avviso, le radici in qualcosa di più profondo e trasversale: il mito, enciclopedia tribale e DNA storico, politico, religioso e antropologico di un intero popolo. L'attaccamento a quelle esibizioni drammatiche va spiegato non solo seguendo un vettore ludico o artistico: una variatio troppo audace, la trattazione approssimativa di un tema sacro come anche delle incongruenze di trama potevano avere delle risposte intense e decise, travalicando, quindi, il semplice parere estetico. Lo spettatore-cittadino si sarebbe sentito minacciato e destabilizzato nelle sue certezze, che sono sue proprio in quanto patrimonio di una civiltà tutta,  e avrebbe provato rabbia e indignazione, poiché il teatro era innanzitutto occasione privilegiata per celebrare e perpetuare il proprio bagaglio di tradizione. Immagino quindi manifestazioni a tinte forti e forse delle volte sguaiate ma di certo sentite come urgenza e necessità. Non immagino affatto delle reazioni a freddo, ben concertate e calibrate, risultato di costruzioni e meccanismi a posteriori, concepite per un intellettualismo da foyer, per uno status facebook o per i 140 caratteri di un tweet. La Traviata scaligera di questo 7 dicembre appena lasciato alle spalle, tanto discussa, potrà pur essere stata rivestita da fischi e polemiche o da 11 sonanti minuti di applausi, ma non avrebbe mai potuto suscitare reazioni paragonabili alle suddette. Il più agguerrito e inclemente dei loggioni di fronte a una cattiva direzione, a un refuso o a una brutta performance del tenore o della soprano, potrà pur fischiare e urlare motti sarcastici ma la sua reazione resterà sempre una reazione "particolare", colta, ricercata, o emotiva, ma espressione del "particulare"  non di un "idem sentire". Lo spirito di appartenenza, in Grecia, faceva sussultare il popolo teatrale dinanzi a tutto ciò che poteva apparire deviante rispetto l'ortodossia della traditio e del mito, e lesivo della comunità, non oggi. Epoca di individualismo e non di coesione, società "poltiglia" come ci ricorda il Censis,  a teatro, di più  quello lirico, ancor meno quello di prosa, si partecipa, o si critica, per la rispondenza dello spettacolo al proprio sentire, alle proprie conoscenze, al proprio iter culturale, quando non per manierismo o snobismo, certo non per moto di spirito nazionale. E non vi sono, dunque, centenari verdiani che tengano!  

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