mercoledì 15 ottobre 2014
Una storia di alluvioni e frane, l’Italia che piange e non ragiona
“La messa in sicurezza del Territorio è la sola Grande opera assolutamente indispensabile al Paese”. Il refrain, il medesimo. D’altra parte la commissione ambiente della Camera aveva votato all’unanimità, poco prima del disastro sardo, una risoluzione bipartisan, sottoscritta da tutti i gruppi politici, che chiedeva di fare di più. Il problema è che quel “di più” è ancora troppo poco.
La campagna laziale, ancora di più quella nei dintorni di Roma, è attraversata da un buon numero di corsi d’acqua. Dei quali una gran parte a carattere torrentizio. E’ sufficiente inoltrarsi per le campagne di Albano e Genzano e poi Lanuvio e Velletri fino a Cisterna di Latina, insomma per i territori di quei centri lambiti o addirittura attraversati dalla via Appia, per rendersi conto delle condizioni reali nelle quali si trovano la quasi totalità di essi. Sponde non di rado ricoperte da immondizie, che finiscono spesso anche nei letti. Piccole, grandi discariche, abusive. Alle quali non infrequentemente vanno ad aggiungersi gli scarichi di abitazioni o di edifici a funzione commerciale/industriale. Il caso di costruzioni realizzate a breve distanza dalle sponde, tutt’altro che episodico. Il numero dei fabbricati abusivi impressionante. Spesso con cubature così ingenti da provocare meraviglia. Più volte illegali, verrebbe da dire, considerando che la loro realizzazione è avvenuta, naturalmente senza permesso di costruire e, frequentemente, in contrarietà con vincoli archeologici e ambientali. Anche recentemente monumenti di grande mole abbattuti almeno parzialmente per lasciare spazio a nuove costruzioni. Con queste modalità negli ultimi venti anni, soltanto nell’area dei Colli Albani, almeno un 20% dell’intero patrimonio archeologico è stato sacrificato nella realizzazione di nuove costruzioni. Nel medesimo arco temporale i corsi d’acqua sono stati sottoposti ad un utilizzo distorto, i cui effetti è difficile prevedere. Ancora, le politiche agricole, direttamente e indirettamente, hanno incentivato l’abbandono della coltivazione della vite, di lunga tradizione nell’area. In non pochi settori senza una sostituzione continuativa. Insomma ampie aree di incolto. Nel complesso, anche se ancora in assenza di eventi “catastrofici”, una situazione preoccupante. Proprio come quella della Regione. Dove secondo il Rapporto Ance-Cresme sullo “Stato del territorio italiano nel 2012”, sono 372 i comuni a rischio, con un’area critica complessiva di 1.309 km2. Spostandosi le cose non mutano. Ovunque, con alcune naturali oscillazioni, l’Italia è a rischio idrogeologico. I numeri parlano chiaro. I comuni in forte sofferenza sono 6.633. Per 29.517 km2. La popolazione che vi abita pari a 5,8 milioni. Con 6.251 scuole e 547 ospedali. Dall’inizio del Novecento ci sono stati quasi 12.700 morti e oltre 700 mila fra dispersi, feriti e sfollati. Quasi il consuntivo di una guerra! Nessun altro Paese in Europa è stato così pesantemente colpito.
Ce ne sarebbe per decidere di dire basta. Iniziando a fare sul serio. Insomma praticando politiche efficaci, perché ragionate. Politiche capaci di realizzare una manutenzione attenta dell’esistente non di inseguire grandi opere dall’incerta utilità pubblica. Come al solito all’indomani dell’ennesimo disastro in molti invocano un cambio di rotta. Poi, calata la tensione emotiva, tutto continua come prima. Nell’illegalità più folle. In una corsa inesorabile verso i prossimi disastri.
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