lunedì 20 ottobre 2014

Perché l'Is rappresenta un nemico mortale per l'Occidente (e non solo)




di Cristofaro Sola



I miliziani dell’Is, guidati da Abu Bakr Al–Baghadadi, sono alle porte della città siriana di Kobane, distante poche centinaia di metri dal confine con la Turchia. Ma sono anche a pochi chilometri da Baghdad. La coalizione guidata dagli Stati Uniti tenta di fermarli con i bombardamenti aerei ma non vi riesce. Perché? L’Is presenta profili strategici molto differenti da quelli delle altre organizzazioni del terrorismo jihadista. Due, in particolare, ne sono elementi caratterizzanti: la territorialità del progetto di Stato Islamico e la stratificazione dei target. L’Is ha cominciato una guerra di conquista territoriale in danno di quei Paesi del mondo arabo nati all’indomani della caduta del plurisecolare impero Ottomano. L’obiettivo dell’Is è la costruzione di uno Stato di musulmani “puri” che si estenda dall’Africa all’Asia. La presa progressiva di città e villaggi determina l’avvicendamento, nelle articolazioni degli apparati pubblici, delle vecchie burocrazie con referenti fidelizzati alla causa fondamentalista. La gestione amministrativa del welfare locale produce crescita del consenso sociale. Nel contempo, la commercializzazione diretta del petrolio, estratto nelle zone occupate, genera autosufficienza economica. Come sostiene Liisa Liimatainen su Limes, la guerra dell’Is ha forti assonanze con l’epopea dei jihadisti che nel 1744 diedero vita al primo regno dell’Arabia Saudita. In particolare, vi sono analogie significative che riguardano lo sviluppo organizzativo degli ikhwan (i fratelli). Quella appartenenza integrale, anche fisica, alla causa del Jihad configura un modello ideologico e comportamentale di intransigenza religiosa molto avvertito dalle giovani generazioni.
Il secondo aspetto che deve essere considerato riguarda la stratificazione del target. Is sta combattendo una guerra totale su livelli differenziati. Ne contiamo almeno tre. Il primo, quello mediaticamente più visibile attiene allo scontro di civiltà con l’Occidente. Il secondo livello, invece, assume come obiettivo la resa dei conti con gli sciiti. Il terzo livello del target è costituito dalla lotta interna alla galassia sunnita. Su questo ultimo aspetto occorre soffermarsi. Spesso si commette l’errore di pensare all’Islam come a un universo religioso monolitico e piuttosto statico. Non è così. La cifra identitaria si colloca proprio nel dinamismo delle sue molte declinazioni. Non esiste un solo Islam sunnita. Gli integralisti di Is sono sunniti wahhabiti. Essi si riconoscono nella figura storica di Muammad ibn Abd Al–Wahhab, vissuto nel XVIII secolo, co-fondatore del primo regno dell’Arabia Saudita e propugnatore degli insegnamenti della scuola coranica hanbalista, già praticati dal teologo siriano vissuto duecento anni prima, Ibn Taymiya, padre spirituale del salafismo. Tra le due correnti di pensiero vi è più di un’affinità. Si potrebbe asserire che salafismo e wahhabismo siano facce della stessa medaglia coniata all’interno della scuola Hanbalista. L’intransigenza morale e religiosa di questi movimenti che invocano un’osservanza rigorosa, non deviante, del Corano e degli hadith agisce da spinta motivazionale per trasferire il principio di guerra santa dal piano filosofico-spirituale a quello propriamente politico-militare. Tuttavia, le articolazioni interpretative religiose incrociano le contraddizioni sociali presenti nel mondo islamico. La lotta ingaggiata dall’Is attraversa il mondo arabo determinando una frattura tra popolo e classi dominanti. I filmati degli sgozzamenti di James Foley e degli altri ostaggi europei e americani sono indirizzati a galvanizzare le masse musulmane piuttosto che a spaventare l’opinione pubblica occidentale. A fronte della pretesa dell’Is di incarnare una visione di riscatto per i diseredati, le classi egemoni del mondo arabo hanno accettato di porsi sotto l’ombrello protettivo della coalizione per prevenire il rischio di contagio dalla diffusione di idee destabilizzanti degli equilibri sociali e religiosi faticosamente raggiunti. Lo scenario rappresentato spiega in parte l’oggettiva difficoltà degli alleati occidentali a muoversi sul campo con disinvoltura. L’Is è un male che non è debellabile per effetto di un vaccino universalmente efficace. Richiede risposte a molteplici livelli. L’opzione militare deve essere esperita fino in fondo. Dopo toccherà alla politica fare la propria parte superando, in nome della sicurezza globale, le resistenze e le astuzie dei troppi egoismi locali. Saranno in grado gli occidentali di troncare la testa al serpente evitando che le ramificazioni del suo corpo continuino a colpire? Saranno i player mediorientali capaci di giungere a un compromesso che assicuri, una volta per tutte, pace e stabilità all’intera regione? Le risposte non tarderanno a venire. Una cosa è certa: se i sanguinari combattenti dell’Is non verranno fermati in tempo, per l’Occidente saranno guai molto seri. Nel futuro prossimo potrebbe realizzarsi la tanto temuta saldatura tra le molte anime del fondamentalismo jihadista. Potrebbero accordarsi su una sostanziale suddivisione dei compiti: all’Is l’incombenza di continuare la battaglia in campo aperto, alle altre formazioni jihadiste l’onere di organizzare la strategia del terrore behind enemy lines - dietro le linee nemiche - cioè a casa nostra. Per questa ragione difendere oggi Kobane ha un senso che annulla qualsiasi incertezza.

La grande bellezza è a Matera



di Liberadestra




Siamo a Matera, tra i sassi immortalati dalle migliori pellicole e chiese rupestri dalla bellezza ancora incontaminata, che avvicinando i lobi riconosci la voce di Dio. Quella vera. Qui è tutto come si vede, nel modo in cui ognuno lo vuole ammirare. Bello, eppur semplice; umile, ma sentito. Qui, sul declivio a ridosso di un affossamento nei pressi del parco delle Murge, in mezzo ad abitacoli scavati nel terreno, gravine e abitazioni cavernicole, laure, grotte paleolitiche, in prossimità del Duomo, della Civita, del Piano medievale-rinascimentale (e troppo ancora che a dirlo manca il fiato), proprio qui c’è la prossima capitale delle cultura europea nel mondo.

Difficile trattenere le lacrime dalla commozione e dalla felicità. Per la bellezza riconosciuta, e ora premiata, e per il lavoro operoso compiuto dalla fondazione BASILICATA-MATERA 2019. Dallo scorso settembre, infatti, la fondazione ha spinto sul podio la sua Matera, il nostro Sud, grazie al lavoro assiduo compiuto su un dossier di 150 pagine contenenti principi fondamentali, sostenibilità, strategia di comunicazione, con un brand del tutto originale, un claim e 50 milioni di euro tra privati e pubblici a coronare l’iniziativa voluta dai giovani di Matera per i giovani italiani. La bellezza è protagonista, la ricchezza insita in questi luoghi, di questi tempi, la sua spinta reale. In mezzo a questo coro di gioia a cui sentiamo di unirci, manca però ancora un mea culpa, che sembra non essere monovoce, da parte di chi fa crollare pezzi del nostro patrimonio, dei ciechi che non vedranno mai in tutto questo il reale PIL del nostro Paese, la ricchezza che muove lavoro, mercato e specializzazioni. Il pretesto per poter dire un giorno, speriamo molto presto, ragazzi, bentornati a casa.

venerdì 17 ottobre 2014

Luci e ombre della rete, la riflessione dopo l'euforia



di Domenico Lofano


Mi metto offline cinque minuti, dieci al massimo. Giusto il tempo minimo per interrogarsi su quello che ci circonda, per chiederci se siamo effettivamente padroni di noi stessi, del nostro destino, della nostra vita. Di tempo, in realtà, ne servirebbe molto di più perché la riflessione da fare è piuttosto seria e merita attenzione. Ma, almeno questa è la percezione, non ne abbiamo molto: siamo eternamente connessi, pervasi dalle tecnologie, costantemente reperibili con scambi di email, sms e controllo sui social network.

Federico Rampini, nel suo libro “La rete padrona”, ci spinge proprio a far questo: interrogarci sui cambiamenti in atto, capire come si è trasformato il capitalismo e chi sono i nuovi, veri padroni. L'affermazione della rete rimane certo un nuovo e fondamentale strumento di democrazia, di informazione, di crescita civile, di comunicazione, uno strumento che abbatte barriere sia geografiche sia culturali. Ma, dopo gli anni della scoperta e dell'euforia, è venuto il momento della riflessione più matura e consapevole sulle criticità che i new media stanno dimostrando nella fase del loro consolidamento. Ed è superfluo avvertire che interrogarsi su tali criticità è la premessa necessaria per consentire alla rete di sviluppare tutte le sue grandi potenzialità di democrazia e di miglioramento della qualità della vita. Un interessante dibattito - di cui il libro di Rampini non è che una delle tante espressioni - si è sviluppato negli ultimi anni tra esperti e semplici utenti, un dibattito cui non può essere insensibile chiunque sia interessato alla qualità e al livello del processo di circolazione delle idee e delle informazioni.
E allora, senza farsi prendere da tecnofobie o strampalate volontà di ritorno al passato, non è vano chiedersi se per caso la rete non si è ormai impossessata, per molti aspetti, di noi: da strumento che doveva permetterci di impadronirci del nostro tempo, è lei invece a gestirlo? Con un semplice clic accediamo a tutto lo scibile umano, cosa senz’altro positiva ma che ci sta rendendo più superficiali, distratti e immersi in una marea di cose irrilevanti con conseguenze sulla nostra creatività, sempre più frustrata.

Facebook ha alterato il concetto di amicizia, con grandi vantaggi da un lato ma altrettanti elementi negativi dall’altro. Accediamo a tante informazioni, siamo in contatto col mondo ma al tempo stesso lasciamo infinite tracce su cosa pensiamo, dove stiamo, cosa facciamo e chi frequentiamo. Informazioni che i colossi della Rete, i nuovi padroni, gestiscono a fini commerciali se va bene, o peggio per controllarci e spiarci. Le grandi startup innovative come Google, Amazon, Facebook e Twitter, nate da spiriti libertari, sono diventati dei "mostri" del capitalismo, amati e corteggiati dalla Borsa. Siamo più efficienti ma i nostri salari non sono aumentati, anzi. Le uniche grandi ricchezze che si sono formate sono state proprio quelle dei grandi colossi della Rete. Apple e Google fanno beneficenza, ma compaiono entrambi tra i più grandi elusori fiscali al mondo e la prima ricorre allo sfruttamento di operai cinesi. Pensiamo di esser liberi ma l’algoritmo di ricerca di Google, che non è affatto neutro ma costruito in modo da far comparire ai primi posti società direttamente controllate da Mountain View o dispose a pagare pur di vendere prodotti, ci dovrebbe far riflettere. E la nuova guerra fredda è anche una lotta tra hacker. Il bilancio tra costi e benefici di questa trasformazione del capitalismo, di questo straordinario sviluppo delle tecnologie, per ora, resta positivo. Sta ad ognuno di noi però riflettere attentamente sui cambiamenti in corso, sullo sviluppo delle nuove tecnologie per imparare a difenderci e restare padroni del nostro destino.





giovedì 16 ottobre 2014

Campi: "L'assenza di una vera opposizione è l'incubo di ogni democrazia"



Pubblichiamo qui di seguito alcuni brani tratti dall'editoriale di Alessandro Campi, dal titolo "L'opposizione fantasma e i rischi per il sistema", pubblicato martedì 14 ottobre, su "Il Messaggero".

La qualità di una democrazia è data da molte cose. Le modalità attraverso le quali vengono selezionati i rappresentanti del popolo (per merito e dal basso o per cooptazione dall'alto?). La sua capacità a esprimere governi stabili ed efficienti. Il grado di partecipazione alla vita delle istituzioni garantito ai cittadini. Infine, l'esistenza di un'opposizione parlamentare che funga da stimolo al governo, che lo controlli nei suoi atti e che venga percepita dagli elettori come un'alternativa politicamente credibile.
In Italia, nell'era cosiddetta renziana, esiste un'opposizione politica, oltre quella sociale che per definizione si esprime fuori dalle istituzioni e che non sempre coincide con la prima? La domanda è di quelle che, negli ultimi tempi, ricorre con più frequenza. Si ha come l'impressione, infatti, che il governo attualmente in carica si muova in una sorta di vuoto: in molti lo contestano, ma nessuno è realmente in grado di contrastarlo o condizionarlo nelle sue scelte.
E' un esecutivo, come dice qualcuno, senza alternative, che in democrazia invece dovrebbero esistere sempre (...).
Sulla carta, in realtà, un'opposizione ci sarebbe. I dati in Parlamento dicono che esiste un fronte parlamentare, politicamente significativo e variegato al suo interno, che si oppone nominalmente a Renzi. Ma si tratta, ecco il punto, di un'opposizione spesso di facciata o simbolica (Forza Italia), di un'opposizione soltanto potenziale e drasticamente limitata dalla necessità di governarci insieme (Ncd), di un'opposizione talmente radicale e oltranzista da sfociare nella contestazione non del governo, ma del sistema (Grillo), di un'opposizione ideologica e di nicchia che ha scelto di investire unicamente sul tema della paura derivante dall'immigrazione o dalla crisi economica (Lega - Fratelli d'Italia) (...).
Il pericolo qual è, se questo è lo scenario? Mancando un'opposizione in senso politico parlamentare, perché finta e di facciata o perché radicale e assoluta, tale da non configurare, in ogni caso, un'alternativa plausibile o auspicabile, i cittadini o si alienano definitivamente dalla politica (divenendo, per così dire, oppositori esistenziali dello Stato e delle sue istituzioni) o danno vita a proprie forme di opposizione e dissenso, che per il fatto di essere frammentate e disperse, monotematiche e parziali, non possono che contribuire ancora di più alla frammentazione del tessuto sociale e istituzionale, oltre a risultare anch'esse improduttive a livello generale. Non avere opposizioni cui rendere conto o con le quali fare i conti è il sogno segreto di tutti i capi politici, ma è l'incubo reale di ogni democrazia decidente che aspiri ad una minima normalità.


Redazione

Fonte: Il Messaggero di martedì 14 ottobre 2014; autore: Alessandro Campi

mercoledì 15 ottobre 2014

I costi indiretti del jobs act


di Gianfranco Fini

Il travagliato passaggio al Senato del disegno di legge delega al Governo sulla riforma del mercato del lavoro ha sancito i pregi del “governo del fare”, ma anche i costi indiretti in termini istituzionali. La delega ottenuta dal governo sul tema lavoro è ampia, copre molte materie ma presenta un ampio margine di intervento attraverso i decreti attuativi. Già la trasposizione in quella sede della questione dell’art.18, improvvisamente trasformato da totem ideologico a requisito tecnico da disciplinare in sede regolamentare, richiede una particolare vigilanza a che tali decreti non eccedano i limiti della delega. La delega è sì figlia delle inevitabili mediazioni tra le forze in campo, ma anche di uno stile di governo che non ha ancora chiara la distinzione tra fretta e urgenza, e sotto l’alibi dell’urgenza, agisce in fretta ritenendo ingenuamente che l’efficienza si misuri sulla rapidità. Eppure Renzi dovrebbe aver imparato, ormai, che il premier non è un sindaco e il Parlamento non è una riunione di giunta. Ci sono regole che non possono essere “rottamate” semplicemente perché in vigore prima del suo arrivo.
Il senso “istituzionale” del proprio mandato, il rispetto e il valore delle istituzioni, compresa la gestione del dissenso interno, non sono un intralcio. Pertanto, non si può concordare sull’iter che ha condotto a votare - oltretutto con la fiducia - la delega su un tema collettivo come il lavoro, sottraendolo al dibattito del Parlamento. Un’operazione che ha trasmesso implicitamente il messaggio che il dibattito è un “rallentamento” e che il funzionamento del principale organo di rappresentanza degli italiani comporta una perdita di tempo. Nel merito del jobs act, nessuno nega l’urgenza di affrontare la questione lavoro, ma con queste modalità il confronto con il Parlamento ha poco valore, sia in fase di scrittura della riforma, sia in fase di ratifica. Se il dibattito viene sostituito sistematicamente dalla questione di fiducia allora tanto vale “istituzionalizzare” le riunioni di partito e gli accordi variamente sanciti in sede extra parlamentare.
Ma siamo proprio sicuri che siano queste le nuove riforme istituzionali di cui abbiamo bisogno? O magari serve una disciplina e una cultura delle regole diversa? Liberadestra ha sempre sostenuto una riforma dello Stato in chiave presidenziale, ma non abbiamo certo in mente il modello del decisionismo renziano. Un parlamento forte è il requisito principale per l’efficienza di un esecutivo forte e resta comunque la principale garanzia di rappresentatività del Paese. Adesso invece, sotto la minaccia o la promessa di un'altra fiducia alla Camera, si attende l’approvazione definitiva della delega. E entro sei mesi il Governo dovrà redigire i decreti attuativi. Qualche ultra renziano sottolineerà come sia “rapido ed efficiente” il nostro governo; senza pensare che in democrazia spesso la forma è anche sostanza. E da questo punto di vista c’è ben poco di cui rallegrarsi.

Nozze gay, l'inutile circolare di Alfano in campo

di Goffredo Milite Un risultato, la circolare del ministro Alfano che invita i sindaci a non trascrivere le nozze gay contratte all'estero, l'ha sicuramente ottenuto: quello di permettere al sindaco di Bologna, Virginio Merola, di parafrasare Garibaldi consegnando alla storia il suo altisonante "Io non obbedisco". Ma va' là! Epperò la pronuncia del prode Merola è risuonata come uno squillo di tromba per altri primi cittadini d'Italia, che si sono immediatamente mobilitati contro il responsabile del ministero dell'Interno ricoprendolo di contumelie. E' scesa in campo anche l'Anci, che con Piero Fassino ha lanciato un vero e proprio ukase al governo: "Non si possono affidare a ordinanze prefettizie competenze che la legge riconosce in capo agli enti locali". In un giorno è andata in fibrillazione anche la maggioranza con lo scontro paraideologico tra Ncd, da un parte, e Pd, dall'altra. Tutti sono corsi dietro ai rispettivi stendardi e hanno scatenato la solita tempesta in un bicchier d'acqua. Alla fine, lo stesso Alfano ha esposto a tutti le ferite ricevute in "battaglia" : "Mi sono visto tirare addosso una quantità di insulti e di aggettivi di una violenza inaudita". Ma chi gliel'ha fatto fare? Perché andare a cercarsi lo scontro su un nervo scoperto e su una materia quanto mai infiammabile? In realtà, il tema delle unioni omosessuali in sé non sarebbe poi così politicamente scabroso come è in Italia. Altrove viene affrontato con maggiore serenità e secondo le sensibilità e la cultura di ciascun Paese. Solo in Italia è il pretesto per mimare, sia da un parte sia dall'altra, una sorta di "guerra di religione". Se Alfano voleva fare una cosa saggia, avrebbe dovuto, proprio in qualità di ministro dell'Interno, sollecitare le forze politiche a regolare finalmente la delicata materia, all'insegna del buon senso e del rispetto dei diritti delle persone. Invece ha preferito la strada dello scontro. Come mai? A pensar male, come diceva Andreotti, si fa peccato ma ci si azzecca quasi sempre. E' probabile che nella scelta di dare battaglia ai laicisti arrabbiati abbia influito il fatto di essere leader dell'Ncd, partito in difficoltà politica e in calo di consensi (stando almeno ai sondaggi). Che c'è di meglio in questi casi , per ottenere un po' di visibilità, che eccitare le contrapposte tifoserie e indossare la tuta da combattimento? E probabilmente che , in tale scelta, abbia influito anche la plateale discesa in campo di Francesca Pascale, compagna di Berlusconi, in favore delle nozze gay, una iniziativa che avrà certamente suscitato un po' di sconcerto in una parte dell'elettorato di FI. Perché non approfittare della situazione di difficoltà del partito concorrente? Alla fine tutto rimarrà come prima. Ma la politica italiana poteva risparmiarsi questa ennesima giornata di ordinaria isteria.

Renzi ha conquistato lo "scalpo" dell'articolo 18, ma l'Italia rimane nel tunnel

di Aldo Di Lello Matteo Renzi è finalmente riuscito a portare in Europa lo "scalpo" dell'articolo 18, ma la sua strada personale si fa in salita e, ciò che più realmente conta, quella dell'Italia rimane impervia. Proprio nel giorno della vittoria del governo in Senato sul Jobs Act e proprio quando, al vertice straordinario Ue di Milano sul lavoro, il premier riceveva i complimenti della Merkel e degli altri leader europei, proprio in quelle ore, arrivava la doccia fredda del Fmi: "L'Italia, con le condizioni attuali, non è un Paese per cui si possa assicurare un futuro radioso, o quantomeno sereno". Presentando il Country report sul nostro Paese, il direttore esecutivo Andrea Montanino ha rilevato: "La crescita potenziale dell'Italia di fatto crolla per gli anni futuri, siamo inchiodati allo 0,5%". Per l'Fmi, ''le banche italiane hanno fatto progressi ma si trovano ad affrontare sfide e venti contrari ciclici'' . Mai come in questo momento il Paese avrebbe bisogno di coesione vera e di un robusto recupero di responsabilità e consapevolezza. Ma l'Italia rimane smarrita e frammentata, attraversata da rancori e particolarismi. Il fatto più preoccupante è che i messaggi provenienti dalla politica acuiscono, invece di sanare, le divisioni. Gli ideologismi escono periodicamente dalla naftalina per eccitare gli animi allo scontro. La rissa scatenata dai grillini in Senato durante il dibattito sulla fiducia fa il paio con la minaccia primonovecentesca venuta Landini di occupare le fabbriche. E tutto questo dopo aver assistito a una sorta di resa dei conti politico ideologica durante l'ultima riunione della Direzione del Pd. Anche Renzi contribuisce all'isteria generale. Anzi, diciamo che, in questo momento, il vestito del "castigamatti" lo indossa volentieri, al fine di accreditarsi come leader "forte" presso l'opinione pubblica italiana e gli altri leader europei. Ma a Renzi probabilmente sfugge il fatto che conquistare i titoli dei giornali e occupare in permanenza la scena dei media è un esercizio inutile, se poi non si conquista il consenso vero della società. Come ha notato Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera, costruire un "consenso nella società e suscitarne le energie è compito più complesso che mediare con i giovani turchi e rintuzzare la vecchia guardia". Dimostrazione chiara di questo limite renziano sono le voci critiche che stanno arrivando in modo sempre più frequente dalla società e dalla pubblica opinione. L'apertura di credito di importanti settori, economici e non, si sta progressivamente esaurendo. La partenza sprint e gli annunci mirabolanti dei primi mesi di governo potrebbe rivelarsi presto un boomerang. Intorno al premier cresce la diffidenza, se non l'aperto dissenso. Nelle ultime settimane sono arrivati due importanti segnali che Renzi farebbe male a trascurare. Uno è venuto dai vescovi ed è stato di inusitata durezza, rispetto allo stile normalmente felpato dei "prudenti pastori". "Basta slogan", ha detto senza mezzi termini il segretario della Cei, Nunzio Galantino. "La Chiesa pensa che bisogna guardare con più realismo alle persone che non hanno lavoro e che cercano lavoro". Il peso di tale critica non dipende solo dall'autorevolezza del soggetto da cui proviene, ma anche da quello che essa rivela in termini sociali. Perché i sensori delle diocesi sono sempre molto avvertiti rispetto al disagio che monta nella società. E, se le gerarchie episcopali utilizzano un linguaggio forte, vuol dire che il grado di esasperazione di molte famiglie italiane sta crescendo in modo preoccupante. L'altro rilevante segnale è venuto dalla pubblica opinione. Non è frequente che il Corriere della Sera, normalmente moderato nei toni e tendenzialmente filogovernativo, si scagli con tanta veemenza contro un premier come accaduto qualche settimana fa con il durissimo editoriale del direttore Ferruccio de Bortoli. Poi i dietrologi si sono scatenati, ma rimane il fatto che nell'azionariato del quotidiano di via Solferino sono rappresentati i maggiori gruppi economici e bancari italiani. Qualcosa vorrà pur dire, anche perché il "Corriere" continua a pubblicare editoriali di critica all'operato del premier. E anche la Repubblica comincia a non essere più tanto tenera con Renzi. Sintomatica è la posizione fortemente critica assunta dal fondatore Eugenio Scalfari. Più in generale, diciamo che il consenso del mondo imprenditoriale, almeno ai massimi livelli, comincia a scemare. Prova ne sia anche il basso profilo, se non addirittura il silenzio, venuto da Confindustria nella vicenda dell'articolo 18. Gli industriali si aspettano da Renzi molte altre cose, in termini di riduzione del carico fiscale sulle imprese, di incentivi alla produttività, di riduzione dei costi energetici, di semplificazioni amministrative. Se questo è lo stato odierno del rapporto tra politica e società, se Renzi non riesce a costruire una vera coesione intorno al suo progetto, se l'Italia, a dispetto di tanti sbandierati nuovismi, rimane prigioniera degli stessi vizi, se accade tutto questo, allora non ci si deve stupire se intorno al nostro Paese c'è ancora tanto scetticismo. E le stime pessimistiche del Fmi, più che fotografare i vizi del sistema economico, sono lo specchio di una patologia politica e culturale ben più profonda e strutturale.